DOMENICA DELLE PALME (A)

DOMENICA DELLE PALME (A)
Is 50, 4 – 7; Dal Salmo 21 (22) ; Fil 2, 6 – 11;
M t 26,14 – 27,66

TEMA: Obbedienza - Silenzio

• In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: “Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?”.
Da questo versetto appare chiaramente che sia Giuda a prendere l’iniziativa del tradimento. Perché lo ha fatto? Dallo stesso versetto la causa è da trovarsi nella sua cupidigia, o sete di denaro. Altre cose il testo non dice e a noi teologicamente non interessano. La rivelazione dice la causa reale, quella vera; il resto è invenzione degli uomini per la giustificazione dei loro peccati e di quelli dei loro simili.
• E quelli gli fissarono trenta monete d’argento.
Era il prezzo di uno schiavo. Gesù il servo del Signore fu comprato come si compra uno schiavo
dell’uomo.
• Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù.
Giuda spia i passi del Signore; bisogna consegnarlo in segreto, senza creare tumulti, senza che la
folla neanche se ne accorga; tutto deve passare inosservato.
In realtà anche questa volta la stoltezza dell’uomo è vinta dalla saggezza eterna di Dio. Gesù è il Salvatore del mondo; tutto il mondo deve prendere posizione di fronte a lui, e in realtà tutto il mondo politico e religioso, civile e militare, uomini e donne ed anche bambini sono stati chiamati a pronunziarsi sul suo conto. Tutto infatti avvenne alla luce del sole. Le tenebre sono del male; la luce è del bene; Gesù è il buono e il santo e deve essere condannato alla luce di tutto il mondo.
• Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: “Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?”.
La pasqua si preparava con cura: agnello, pani azzimi, erbe amare, vino e quanto altro occorreva
bisognava che fosse provveduto in tempo. I discepoli si preoccupano di questa preparazione e
chiedono a Gesù cosa vuole che si faccia, dove vuole soprattutto che la pasqua venga preparata.
• Ed egli rispose: “Andate in città, da un tale, e ditegli: Il Maestro dice : Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”.
Gesù non svela il luogo, dona un segno per la sua identificazione, perché essendo presente Giuda era quanto mai prudente non rivelare a lui il luogo; questo perché non fossero stati sorpresi prima della consumazione della cena, essendo quella una cena assai importante: l’istituzione dell’eucaristia e del sacerdozio. Eucaristia e sacerdozio che sono la via attraverso la quale l’opera di Cristo continua fino alla consumazione dei tempi. Per l’eucaristia e per il sacerdote che fa l’eucaristia Cristo continuamente si offre al Padre nel segno sacramentale per la redenzione dell’umanità. Giuda non avrebbe dovuto turbare questo momento dal quale sarebbe dipesa la vita del mondo in ordine alla sua santificazione, redenzione e salvezza.
• I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù e prepararono la Pasqua.
Tutto si compie con regia soprannaturale. Il male non può contrastare il bene; il male entrerà in azione quando verrà il suo tempo; poiché anche per il male ci sono dei momenti e dei tempi assegnati.
• Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici.
La pasqua veniva celebrata al tramonto del sole; il giorno iniziava con il primo crepuscolo.
• Mentre mangiavano disse: “In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà”.
Gesù domina gli avvenimenti perché li conosce; li conosce per non farsi sorprendere da essi. La passione e morte viene anche per sua volontà e si deve compiere con piena coscienza e deliberato consenso; altrimenti non è meritoria. Egli sa chi è che lo tradisce, che lo ha già tradito, poiché lo ha già venduto.
• Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: “Sono forse io, Signore?”.
Gli Apostoli amavano il Signore, anche se ancora lo Spirito non aveva trasformato il loro cuore. Per questo sono profondamente addolorati. Sanno che ognuno di loro potrebbe cadere in questo peccato, e per questo vogliono sapere; non sanno invece che il peccato spiritualmente è già stato consumato, anche se resta di completarlo storicamente, nella realtà.
• Ed egli rispose: “Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello mi tradirà.
Gesù li tranquillizza e dona un altro segno della sua signoria sugli eventi ed avvenimenti che si succedono in quest’ora così importante per la redenzione del mondo.
• Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!”.
E’ parola durissima, ma verissima di condanna. E’ gravissimo il peccato di Giuda, perché è meditato, calcolato, pesato, voluto, determinato. Non è frutto di fragilità, ma di malvagità. Il suo cuore è impietrito nel male e per denaro si vende il giusto, colui che gli aveva fatto solo del bene.
• Giuda, il traditore, disse: “Rabbì, sono forse io?”.
Giuda è ipocrita. Lui lo sa chi è e cosa ha fatto. Ma finge dinanzi agli altri e al Maestro; si comporta come gli altri, ma gli altri sono innocenti; lui invece è colpevole.
• Gli rispose: “Tu l’hai detto”.
Gesù non gli risponde, conferma la sua parola. Tu stesso ti accusi di tanto crimine. Anche tu sei responsabile della mia morte; il tuo peccato è inescusabile perché tu lo hai fatto ad un amico, al tuo amico, lo hai fatto a colui con il quale dividevi il pane. Questa è perfidia e malvagità.
• Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli disse: “Prendete e mangiate; questo è il mio corpo”.
Pronunziando queste parole Gesù istituisce il sacramento dell’Eucaristia. Il pane non è più pane, ma suo corpo. E’ la carne della vita eterna.
• Poi prese il calice e, rese grazie, lo diede a loro, dicendo: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati.
Il vino non è più vino, è il suo sangue; è il sangue della vita. In un duplice senso: è il sangue che libera dalla morte (agnello pasquale); è anche il sangue che unisce Dio e l’uomo, facendoli una stessa vita, poiché il sangue è la vita. Donando il suo sangue Gesù dona la sua vita, ci fa con lui una sola vita. Il corpo nutre la nostra anima, il sangue ci fa sua vita. E’ questo il prodigio che si compie nel sacramento dell’eucaristia. Ogni volta che si celebra questo mistero Gesù attualizza la sua morte e la sua risurrezione, compie incruentemente, sacramentalmente, il sacrificio della croce.
• Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio”.
Con questa parole Gesù proclama imminente e certa la sua morte. Ma proclama anche imminente e certa la sua risurrezione. Morte e risurrezione sono l’unico mistero della salvezza.
• E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.
E’ l’inno del ringraziamento in onore del Signore che libera e salva.
• Allora Gesù disse loro: “ Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti: Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge,
Gesù è il dominatore degli eventi, dice anche cosa succederà fra poco ai suoi discepoli; essi si sarebbero scandalizzati per quanto stava per accadere; il pastore sta per essere catturato e le pecore ognuna sarebbe fuggita per la sua strada, disperdendosi, scandalizzata. Tutti gli apostoli sono fuggiti al momento della cattura, lasciando Gesù solo.
• ma dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea”.
Ancora una volta Gesù dice che la sua fine è solo la via per una vita nuova. Egli sarebbe risuscitato, anzi avrebbe preceduto i suoi discepoli in Galilea. Nessun dubbio nelle parole di Gesù, nessuna incertezza nella sua coscienza, nessuna ombra nella sua determinazione.
• E Pietro gli disse: “se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai”.
Pietro non si convince della verità delle parole del Maestro; gli altri possono anche scandalizzarsi, abbattersi, fuggire, abbandonare; lui invece avrebbe seguito il maestro anche nella morte. Lui è diverso dagli altri. L’entusiasmo non fa i martiri e neanche i testimoni della fede. L’entusiasmo per natura è momentaneo, dura quanto il tempo del proferimento della parola.
• Gli disse Gesù: “In verità ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte”.
Gesù non solo conferma quanto precedentemente affermato. Aggiunge anche qualcosa in più: Pietro in più lo avrebbe rinnegato, per tre volte avrebbe affermato di non conoscerlo. E’ tanto vicina quest’ora del rinnegamento che si sarebbe consumata nella nottata; non c’è neanche spazio perché venga l’alba. Dopo la mezzanotte (a volte anche prima) il gallo comincia a cantare. Aspetta un poco e vedrai... Pietro! Le parole del maestro sono sempre vere!
• E Pietro gli rispose: “Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò”.
Ma Pietro non si convince della verità delle parole del maestro; si protesta pronto per andare con lui anche alla morte, piuttosto che rinnegarlo.
Ancora Pietro non ha imparato che la parola del suo maestro è solo verità, verità nel presente, verità nel tempo, verità per l’eternità, verità per il corpo e verità per l’anima. Quella di Gesù è l’unica parola di verità globale per l’uomo: anima, corpo, spirito, tempo, terra, cielo, eternità, paradiso, inferno. La parola di Gesù dice il vero su ogni aspetto, ogni momento della nostra storia. Di lui dobbiamo fidarci, non possiamo obiettare, né protestare o affermare cose diverse e contrarie. Bisogna sempre educarsi a credere.
• Lo stesso dissero tutti gli altri discepoli.
Anche gli altri discepoli ancora non hanno imparato che dinanzi alla parola di Gesù, confidare in se stessi è solo stoltezza. Forse un giorno lo comprenderanno.
• Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: “Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare”.
Inizia il grande combattimento contro il principe di questo mondo. Gesù sa che ormai la sua ora è compiuta, il tempo è venuto; bisogna prepararsi alla lotta e alla lotta ci si prepara nella preghiera. Il giardino è il luogo ideale per pregare. Anche perché nell’altro giardino invece di pregare e di chiedere aiuto all’Onnipotente Eva si mise a dialogare con satana e perse la lotta, fu vinta e sconfitta. Eva parlava con satana e perse Dio; Gesù parla con Dio e sconfigge satana.
• E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, cominciò a provare tristezza e angoscia.
La comunione nella preghiera dona conforto, sostegno, aiuto, forza per pregare ancora. Gesù prende con sé i testimoni privilegiati delle sue ore più difficili.
Egli prova tristezza e angoscia perché ciò che sta per compiersi in lui è di una durezza inaudita; la carne avverte e sente la sua fragilità, la sua debolezza, bisogna rafforzarla, renderla resistente al dolore fisico e morale, ai patimenti, alla stessa morte.
L’angoscia e la tristezza è anche per la malvagità e la cattiveria degli uomini. Egli è triste ed angosciato anche per la nostra malvagità, poiché neanche il suo sacrificio può salvarci da tanto male morale, da un cuore così indurito.
• Disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me”.
In questo momento di tristezza, di angoscia mortale, Gesù chiede aiuto, sollievo con la preghiera. La preghiera fatta insieme è condivisione dell’altrui sofferenza, partecipazione all’altrui prova. E’ come se la prova divenisse più leggera. Invece per Cristo non fu così. Anche in questo momento fu lasciato solo a portare il peso di questo primo combattimento.
• Andò un poco più avanti, cadde a faccia a terra e pregava dicendo: “Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!”.
Quella di Gesù è una preghiera che rivela al Padre la natura e la volontà; manifesta la fragilità della natura (passi da me questo calice, se possibile!), ma anche la fermezza della decisione di proseguire la missione sino alla fine (però non come voglio io, ma come tu vuoi). La volontà del Padre deve vincere, regnare, governare la sua esistenza. Per questo occorre forza dall’alto, aiuto dal cielo. La preghiera è via per impetrare forza alla debolezza della carne e consistenza alla sua fragilità.
• Poi tornò dai discepoli e li trovò addormentati.
Di tutta questa lotta interiore i discepoli si accorgono di poco; essi dormono; ma sovente l’uomo dorme quanto accanto a lui si combattono le più grandi battaglie della vita. Ma sempre si dorme quando non si prega; la carne con la sua fragilità ottiene il governo dello spirito, lo domina, lo appisolisce.
• E disse a Pietro: “Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo Spirito è pronto, ma la carne è debole”.
Perché i discepoli sono incapaci? Si è incapaci ogni qualvolta la fede non è sufficientemente forte; quando non c’è relazione con Dio; quando o per ignoranza, o per dimenticanza o per incoscienza non si conosce la volontà di Dio; si è incapaci quando la vita è chiusa in se stessa senza sbocco con il soprannaturale. I discepoli ancora non sono entrati nel mistero e senza mistero la carne governa e impera.
Nonostante che Gesù ricordi loro l’importanza della preghiera per non cadere nella tentazione, essi non se ne curano, non percepiscono neanche le sue parole; sono fuori del mistero e vi rimangono; il loro legame con Cristo ancora non è soprannaturalizzato, resta un legame terreno e per la terra la preghiera non serve; la preghiera serve per il cielo, per compiere il mistero celeste di cui la nostra persona è avvolta.
Tutto questo deve essere severo monito per noi: o entriamo nel mistero della vita, o resteremo nel giardino a dormire, mentre la storia si fa senza di noi, che siamo e diventiamo fuggiaschi da essa, se non disertori.

• Si allontanò una seconda volta e pregò dicendo: “Padre mio, se questo calice non può passare senza che io lo beva, si compia la tua volontà”.
La preghiera diventa intensa anche nella durata. Più è aspra la lotta e più intensa e lunga deve
essere la preghiera. E’ questa la legge della vittoria.
• Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesantiti.
E i discepolo dormono ancora!

• E lasciateli, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta ripetendo le stesse parole.
Questa annotazione manifesta la solitudine di Gesù. E’ solo, vorrebbe compagnia; vede che questa non è possibile, continua nella lotta da solo. Neanche prova a svegliarli, sa che il suo tentativo sarebbe rimasto senza risposta.
A volte riprovare non serve; bisogna caricarsi sulle spalle tutto il peso e portarlo con amore. L’insensibilità mai dovrà trasformarsi per noi in delusione, in scoraggiamento, in perdita della pazienza, in ira o altro. Sarebbe per noi grave tentazione, potremmo abbandonarci al peccato veniale, che è già l’inizio della vittoria di satana. Gesù invece resta Signore, Padrone di se stesso e dei suoi atti, mite e mansueto. Continua a pregare per avere più forza.
• Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: “Dormite pure e riposatevi! Ecco, l’ora è vicina e il Figlio dell’uomo sarà consegnato in mano ai peccatori.
Dopo la preghiera l’anima si rasserena; lo spirito è pronto ed anche la carne; i discepoli possono ormai dormire. E’ venuta l’ora di essere consegnato e lui è pronto per vivere questo momento. Tanto può la preghiera fatta con fede.
• Alzatevi, andiamo; ecco, colui che mi tradisce è vicino”.
Tuttavia Gesù vuole che i suoi siano testimoni di quanto sta per accadere. Devono sapere che egli non è caduto in una trappola; egli sa e va incontro; egli deve bere il calice e lo inizia per sua volontà.
Nella vita spirituale ciò è molto importante: chi ha scelto di servire il Signore deve in ogni momento sapere cosa gli prepara la storia; deve in ogni istante volere compiere la volontà di Dio. Sapere e volere rendono assai meritorio quanto si vive e si compie.
• Mentre ancora parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una gran folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo.
Loro pensano che Gesù si comporti come un malfattore, o un brigante, che nei momenti delicati e difficili pensa solo a salvare la propria vita. Ma il malfattore e il brigante è solo un mercenario, sempre un mercenario, anche quando sembra volersi interessare per le cose della gente e della loro condizione.
Gesù non fugge, egli attende, aspetta, va incontro. La differenza è grande. Egli deve rendere testimonianza al Padre, deve dare a Lui tutta la gloria della sua obbedienza. Quello che egli si accinge a compiere è il supremo atto di culto.
• Il traditore aveva dato loro un segno dicendo: “Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!”.
Quanto sono ambigui i segni e quanto è ambiguo il cuore dell’uomo! Ciò che serve per manifestare amore viene usato come via di tradimento, di consegna! Quando il cuore dell’uomo è nella tenebra, ogni suo gesto potrebbe essere carico di ambiguità, anche una parola dolce e suadente!
• E subito si avvicinò a Gesù e disse: “Salve, Rabbì!”. E lo baciò.
Con un bacio Giuda consuma il suo peccato! Pensa di ingannare Gesù! Ma Gesù non è per nulla sorpreso; egli già conosce il significato di quel gesto.
• E Gesù gli disse: “Amico, per questo sei qui!”.
Gesù con amore interroga Giuda, ancora lo tratta da amico. Ma l’uomo non sempre è amico di Dio; Dio non è mai traditore dell’uomo. E’ sempre l’uomo il traditore di Dio.
• Allora si fecero avanti e misero le mani addossò a Gesù e lo arrestarono.
Il bacio fa riconoscere Gesù; la folla può arrestarlo.
• Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù, impugnò la spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio.
I discepoli fuori del mistero pensano di dover risolvere la situazione con la spada. La violenza è sempre la peggiore inutile via per risolvere i conflitti.
• Allora Gesù gli disse: “Rimetti la spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno.
Gesù lo ribadisce; anzi afferma una verità che accompagnerà l’uomo nel corso di tutta la sua storia terrena: la violenza genera violenza e chi usa la violenza dalla violenza viene vinto.
• O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli?
Se bisogna ricorrere alla violenza, allora Gesù avrebbe una via infallibile: dodici legioni di angeli pronti a difenderlo e a trarlo in salvo. Trattasi di una potenza già inaudita se gli angeli fossero uomini; ma poiché sono angeli... ciò che Gesù ha a sua disposizione è solamente inimmaginabile... se un angelo solo è sufficiente a sconfiggere tutti gli eserciti della terra!
• Ma come allora si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?”.
Gesù invece vuole restare nel mistero e nel mistero c’è solo spazio per il compimento della volontà di Dio, il quale vuole che la salvezza passi attraverso la via della croce.
La gloria di Dio è il dono totale dell’uomo e finché l’uomo non si sarà donato totalmente a lui, tutta la sua gloria non risplende. La croce è la via unica che permette di dare a Dio tutto l’uomo in ogni sua parte nello spirito, nell’anima e nella carne, la quale viene consumata come il sacrificio posto sul fuoco e bruciata dal dolore della sofferenza, fino al completo annientamento. Non c’è altra via più perfetta e più completa per la manifestazione della gloria del Padre. Ecco perché Gesù deve passare per la via della croce.
• In quello stesso momento Gesù disse alla folla: “Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato.
Gesù è Signore anche nella passione incipiente. Egli non è un brigante. Egli è il maestro; avrebbe dovuto arrestarlo come Maestro e come tale condannarlo; invece lo arrestano come un brigante per condannarlo come tale. La carne agisce sempre secondo la carne, la sua astuzia, il suo inganno, la sua cattiveria. La carne non ama la luce, e pertanto non ama la verità.
Da questo momento il processo è governato dall’inganno e dalla falsità.
• Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti”. Allora tutti i discepoli, lo abbandonarono e fuggirono.
Anche questa falsificazione preannunziarono i profeti. La Scrittura aveva già tutto detto e su Gesù e su quanti avrebbero lottato il Signore. Si compie ora la parola profetica di Gesù: al momento del suo arresto tutti i discepoli fuggono, scappano impauriti, pietrificati dall’avvenimento. Non avevano mai voluto credere che si fosse un giorno avverato quanto il Signore andava dicendo su di lui, quando parlava della sua morte e della sua risurrezione.
• Quelli che avevano arrestato Gesù, lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale si erano riuniti gli scribi e gli anziani.
E’ una riunione al gran completo; tutto il sinedrio - la più grande e l’ultima istanza del governo religioso di Israele - è riunito, pronto per condannare Gesù.
Non è un processo quello che si intenta a Gesù; il processo presuppone la ricerca della verità; loro non cercano la verità; loro vogliono un pretesto per accusarlo e per condannarlo. Neanche si riuniscono per condannare, perché la sentenza è già stata emessa; si riuniscono per legalizzare la loro falsità, per dare una parvenza di legge a ciò che è abietto ed orrendo: la condanna di un innocente. Il fariseo si comporta da vero fariseo, sino alla fine. Doveva ingoiare il cammello di una sentenza ingiusta e lo fa con abilità e scaltrezza.
• Pietro intanto lo aveva seguito da lontano fino al palazzo del sommo sacerdote; entrò e stava seduto tra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire.
Ma Pietro da lontano seguiva le vicende del suo Maestro. Riesce non solo a seguire, ma anche ad entrare nel palazzo del sommo sacerdote. Vuole vedere come andranno a finire le cose.
• I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù, per metterlo a morte; ma non la trovavano, sebbene si fossero presentati molti falsi testimoni.
Non possono trovare false testimonianza perché Gesù deve morire come Maestro di Israele, come Figlio di Dio, come Luce e Grazia dell’umanità. Deve morire come il Messia di Dio. E’ questa la testimonianza che egli deve rendere alla verità. Ancora una volta il Signore spezza e manda in frantumi i piani della stoltezza umana.
• Finalmente se ne presentarono due, che affermarono: “Costui ha dichiarato: Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni”.
Questa non è una accusa valida; anche se falsa; il sommo sacerdote lo sa e per questo interroga Gesù.
• Il sommo sacerdote si alzò e gli disse: “Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?”.
Vuole provocarlo, niente altro. Lui non cerca la verità, non vuole cercarla; non può cercarla. Ormai anche lui è prigioniero degli altri, poiché la menzogna rende schiavi gli uomini tra di loro. Colui che sembra essere signore è schiavo, mentre colui che appare come schiavo è il Signore della storia e degli eventi. Apparentemente è Caifa che conduce il processo, mentre è Gesù che domina la scena e conduce i suoi giudizi dove lui vuole che il “processo” conduca.
• Ma Gesù taceva.
Per questo taceva, non parlava.
• Allora il sommo sacerdote gli disse: “Ti scongiuro, per il Dio vivente, sei tu il Cristo, il Figlio di Dio”.
Finalmente compare la verità in questo processo. Si chiede a Gesù di confermarla. Egli è definito Messia e Figlio di Dio. E’ la parola cardine della storia.
• Gli rispose Gesù: tu l’hai detto; anzi io vi dico:
Non solo Gesù la conferma; applica a sé la profezia di Daniele.
• d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza, e venire sulle nubi del cielo”.
Egli è il Signore che verrà a giudicare il mondo; questa autorità ha ricevuto dal Padre Suo.
• Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo:
Stacciarsi le vesti era segno di profondo dolore dinanzi ad una offesa grave arrecata al Signore. Per il sommo sacerdote è semplicemente una farsa. Finalmente ha ottenuto ciò che cercava: un modo per poter accusare Cristo e potergli infliggere la sentenza di morte.
• “Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?
Infatti lo accusa di bestemmia e per la bestemmia c’è solo la morte per lapidazione.
• E quelli risposero: “E’ reo di morte!”.
Tutto il sinedrio accusa e condanna, senza chiedersi, senza interrogarsi, senza porsi nessun scrupolo nella coscienza. Tutto era premeditato, prestabilito, preordinato. La storia degli uomini conosce anche queste cose.
• Allora gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaffeggiarono, dicendo: “Fa il profeta per noi, Cristo! Chi è che ti ha colpito?”.
Inizia l’umiliazione di Gesù, inizia il rendimento di gloria al Padre suo che è nei cieli. Più si abbassa Gesù, più si innalza il Padre; più il Padre è innalzato nella gloria, più Gesù sarà innalzato dal Padre nella sua gloria eterna.
La prima umiliazione è in quanto profeta. In quanto tale viene dileggiato. Ma anche in quanto vero profeta rende al Padre suo l’onore che gli è dovuto dai suoi servi fedeli.
• Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile.
Pietro è ancora lì, attende, vuole sapere.
• Una giovane gli si avvicinò e disse: “Anche tu eri con Gesù, il Galileo!”.
Una serva lo vede, sa che egli appartiene alla cerchia di Gesù, glielo afferma.
• Ed egli negò davanti a tutti: “Non capisco che cosa dici”.
E’ il primo rinnegamento. Pietro non sa, neanche comprende le parole della donna!
• Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: “Costui era con Gesù, il Nazareno”.
Ma anche un’altra serva lo riconosce e lo dice ai presenti: Pietro è della sfera di Gesù.
• Ma egli negò di nuovo giurando: “Non conosco quell’uomo”.
Ma Pietro rimane fermo nel suo proposito di rinnegare il Maestro. Lui Gesù non lo conosce, non l’ha mai visto.
• Dopo un poco, i presenti gli si avvicinarono e dissero a Pietro: “ E’vero anche tu sei uno di loro; infatti il tuo accento ti tradisce”!”.
Ma lui è Galileo, certamente dovrà essere di Gesù!
• Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: “Non conosco quell’uomo!”.
Ma Pietro non desiste, non solo rinnega; dona valore di verità al suo rinnegamento giurando ed imprecando. Rinnega e spergiura; non conosce ed impreca. Bisogna che qualcuno lo creda! Anche questa è storia umana perenne! Riconoscere la propria identità in questo processo è solo di Gesù. Tutti gli altri rinnegando il Cristo si rinnegano nella loro funzione, nella loro ministerialità, nella loro identità, nel loro essere. Uno solo è Libero, tutti gli altri sono schiavi del proprio peccato.
• E subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola di Gesù, che aveva detto: “prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte. E,uscito,pianse amaramente.
• Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù, per farlo morire.
Si tratta solamente di ratificare legalmente la sentenza emessa durante la notte. Bisogna stabilire le modalità dell’esecuzione e chi avrebbe dovuto eseguire la sentenza.
• Poi, lo misero in catene, lo condussero e consegnarono al governatore Pilato.
Di per sé il sinedrio aveva potere religioso, non civile; perché la sentenza potesse essere eseguita, occorreva che fosse ratificata dal governatore di Roma, il quale in certo senso doveva farla sua propria.
• Allora Giuda, colui che lo tradì, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani dicendo: “Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente!”.
Il pentimento di Giuda non è in vista della conversione; è bensì il preludio della disperazione. Egli non aveva calcolato le conseguenze del suo operato; ma sempre il peccatore non riesce a vedere i disastri che il suo peccato produce nel mondo.
Tuttavia il Signore rende giustizia a Cristo Signore; Giuda infatti proclama innocente il sangue di Gesù. E tuttavia lo stesso Giuda non crede nella possibilità di una remissione da parte di Dio della sua colpa.
• Ma quelli dissero: “A noi che importa? Pensaci tu!”.
E’ l’insensibilità dinanzi alla confessione di una ingiustizia perpetrata ai danni di un giusto. Il
loro cuore è più indurito di quello di Giuda.
• Egli, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi.
L’impiccagione è peccato di disperazione ed anche peccato contro lo Spirito Santo: quella di Giuda è disperazione della salute eterna. Il peccato annulla sempre ogni vantaggio materiale precedentemente acquisito e per il quale lo stesso peccato era commesso. L’uomo si dovrebbe convincere a non peccare solo per questo motivo: nessun vantaggio né spirituale, né materiale, né temporale, né eterno dal peccato; con il peccato tutto si perde in questa vita e nell’altra.
• Ma i capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero: “Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue”.
Delicata la coscienza dei sommi sacerdoti: veramente essi filtrano il moscerino e ingoiano il cammello. Non vogliono contaminare il tesoro del tempio, ed intanto uccidono con inganno un innocente! Di simili cose diceva Gesù ne fate molte.
• E, tenuto consiglio, comprarono con esso il Campo del vasaio per la sepoltura degli stranieri.
Veramente caritatevoli questi sommi sacerdoti; non si può fare la carità con ciò che non può essere usato per la sacralità delle cose di Dio. Ciò che può essere usato per l’uomo può e deve essere usato per il Signore; ma ciò che non può essere usato per il Signore non deve neanche essere usato per l’uomo.
Ma sempre l’uomo incorre in questa ambiguità del suo comportamento: la fede è tutt’altra cosa, come tutt’altra cosa è la volontà di Dio.
• Perciò quel campo fu chiamato “Campo di sangue” fino al giorno d’oggi.
E’ una testimonianza storica di un fatto storico. La passione di Gesù e gli inganni con la quale essa fu portata a compimento lasciarono la loro traccia anche nel solco civile della storia, oltre che religioso.
• Allora si compì quanto era stato detto dal profeta Geremia: E presero trenta monete d’argento, il prezzo di colui che al tal prezzo fu valutato dai figli di Israele, e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore.
Anche la Scrittura aveva predetto questo e con rigore l’Evangelista Matteo lo annota. Chi vuole può aprirsi al mistero della sofferenza del Giusto Gesù e far il passaggio alla fede. La Scrittura è di sostegno alla storia, la storia conferma la verità della Scrittura.
• Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore l’interrogò dicendo: “Sei tu il re dei Giudei?”.
L’accusa è stata trasformata: da accusa religiosa diviene ora accusa civile. Gesù non sarà più condannato perché si è fatto figlio di Dio; bensì perché si è proclamato re dei Giudei.
• Gesù rispose: “Tu lo dici”.
Gesù conferma le parole di Pilato e tuttavia, come egli stesso dirà, il suo regno non è di questo mondo. Lui è re ma di un altro regno, assai differente, lontano e distante dai regni della terra.
• E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla.
Ma neanche dinanzi a Pilato Gesù risponde. Pilato deve convincersi che Gesù è innocente e deve condannarlo da innocente. Ecco perché Gesù tace.
• Allora Pilato gli disse: “Non senti quante testimonianze portano contro di te?”.
Pilato vorrebbe che Gesù parlasse, che in qualche modo si difendesse; vorrebbe trovare qualcosa che lo liberasse da questa grave responsabilità: di essere lui a pronunziare una qualche sentenza, né per condannare, né per assolvere. Qualsiasi decisione avesse preso, sarebbe stata comunque il fallimento della sua autorità
• Ma Gesù non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito.
Ma Gesù vuole che ognuno decida responsabilmente, secondo la sua propria autorità, criterio di giudizio, valutazione, discernimento.
• A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta.
Il trucco c’è ma non si vede: i prigionieri erano già dichiarati colpevoli. Gesù non è stato ancora dichiarato colpevole; la scelta è già iniqua, ingiusta; essa è tra un ingiusto ed un giusto, e quindi non può essere una scelta.
Con questo gesto la sua autorità si incrina, pende dalla parte dell’ingiustizia; è questa sua debolezza la causa di ulteriori debolezze. Quando non si è forti all’inizio, quando all’inizio di pone in essere un principio di ingiustizia, impossibile poi ritornare sui propri passi. Si apre la via per l’ingiustizia totale, in modo irreversibile.
• Avevano in quel tempo un prigioniero famoso, detto Barabba.
Barabba era un malfattore, un sedizioso. Proponendo la scelta con Barabba, Pilato accomuna Gesù al sedizioso, ne fa agli occhi della gente un malfattore.
Neanche per trarre il bene bisogna operare simili accomunamenti. Ad ognuno la giustizia gli è dovuta in modo personale, su basi personali; non per scelta di questo o di quell’altro.
• Perciò, alla gente che si era radunata,Pilato disse: “Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù chiamato il Cristo?”.
La proposta è fatta, il piano si inclina, l’ingiustizia è proposta come via di giustizia.
• Sapeva bene che glielo avevano consegnato per invidia.
La gravità del gesto di Pilato è da trovarsi nella sua coscienza: Egli sapeva Gesù giusto e non gli ha reso giustizia. Egli sapeva che il Sinedrio glielo aveva consegnato per invidia ed ora lo abbandona proprio a quell’invidia che glielo aveva consegnato.
L’invidia glielo consegna, all’invidia glielo riconsegna. Però non è la stessa cosa di prima; i sommi sacerdoti agiscono per invidia, ma Pilato legalizza la loro invidia e la trasforma in sentenza.
La stoltezza si ripercuote sempre su chi la pone in atto. Stoltamente agisce Pilato, stoltamente ne subisce le conseguenze. La stoltezza è posta da lui a servizio dell’invidia. Tanta fu la sua insipienza! Ma forse che la storia non agisce sempre in tal modo?
La passione di Gesù è il più grande trattato sul peccato dell’uomo e sulle conseguenze che ritornano infallibilmente su chi lo pone in essere. La passione di Gesù è l’unica storia scritta secondo verità; ogni altra storia è scritta a convenienza e dice ciò che si vuole che l’uomo sappia, non ciò che essa realmente è stata, come è avvenuta, qual furono le cause che l’hanno generata. La menzogna è la madre della storia scritta; la falsità del cuore invece la madre che l’ha generata.
• Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: “Non avere a che fare con quel giusto; perché oggi in sogno, sono stata molto turbata per causa sua”.
Anche le parole della moglie di Pilato sono alquanto equivoche; Pilato deve assumersi la responsabilità di una giusta sentenza: di assoluzione, o di condanna. Non può lasciare il caso aperto. Sarebbe rinviare il problema, ma non risolverlo. Quando bisogna prendere delle decisioni di giustizia, queste devono essere prese, è questa la responsabilità dinanzi a Dio, agli uomini, alla storia.
• Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù.
Anche la folla ha la sua responsabilità; si lascia convincere, persuadere. La coscienza personale non può agire se non dopo discernimento; agire per convincimento esterno ci rende colpevoli di ogni azione compiuta, di ogni frase pronunziata. Agendo senza intimo convincimento, la folla si rende colpevole della morte di Gesù. Anch’essa è responsabile di tanta ingiustizia.
• Allora il governatore domandò: “Di questi due,chi volete che io rimetta in libertà per voi?”.
Pilato formula la domanda specifica. Bisogna ora dare la propria parola, manifestare la propria volontà.
• Quelli risposero: “Barabba”.
La folla senza coscienza incoscientemente sceglie Barabba.
• Chiese loro Pilato: “Che farò allora di Gesù chiamato il Cristo?”.
Pilato non è ancora soddisfatto, non si sente liberato dalla sua responsabilità. Vuole sapere cosa
fare di Gesù.
• Tutti gli risposero: “Sia crocifisso!”.
La sentenza è inequivocabile. A lui venga riservata la morte di croce.
• Ed egli disse: “Ma che male ha fatto?”.
Pilato non è contento ancora della risposta. Vuole conoscere la motivazione di una tale sentenza.
• Essi allora gridavano più forte: “Sia crocifisso!”.
Non c’è motivazione. Non può essercene. Anche perché la folla non parlava con razionalità, parlava emotivamente, sollecitata e sopraffatta dalla cattiva coscienza dei sommi sacerdoti.
• Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla: “Non sono responsabile di questo sangue; pensateci voi!”.
E’ gesto rivelatore della sua personalità. Lui non vuole responsabilità in tutto questo. Chiede alla folla che se l’assuma essa tale responsabilità. Per questo si lava le mani. Lui non c’entra in tutto questo.
E’ proprio dell’autorità la responsabilità, specie quando si tratta di giustizia verso la persona e questa giustizia è per la stessa vita.
Chi non vuole responsabilità non deve neanche assumersi l’autorità. Più grande è l’autorità, più alta è la responsabilità. Dinanzi a Dio e alla storia, dinanzi al cielo e dinanzi all’inferno siamo responsabili di ogni atto di irresponsabilità, di responsabilità esercitata male, di responsabilità non esercitata. E’ il peccato di omissione, che si fa complicità dell’ingiustizia e tradimento della giustizia.
Pilato, lavandosi le mani, si dichiara complice dell’ingiustizia, traditore della giustizia. E’ colpevole in coscienza. Conosceva la giustizia, fa trionfare l’ingiustizia. La storia è testimone anche di questo modo irresponsabile di essere ingiusti.
• E tutto il popolo rispose: “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”.
Il popolo si assume la responsabilità, ma con incoscienza, per istintività ed emozionalità. Ma anche questo è peccato, poiché ogni uomo deve essere padrone di ogni parola che esce dalla sua bocca, poiché con la bocca si salva una persona, ma anche con la bocca la si uccide.
• Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.
La volontà di Pilato diviene volontà della folla; l’autorità di Pilato diviene autorità della folla.
Pilato aveva rinviato Gesù alla folla, la folla glielo ritorna perché sia lui a legalizzare la sentenza. Egli avrebbe dovuto condurre la folla ad obbedirgli, invece è la folla che lo costringe ad obbedire ad essa.
Coloro che governano devono prestare molta attenzione a non cadere in questa trappola: invece che governare la folla, da questa essere governati. Questo avviene sempre quando si commette nel governo un atto di ingiustizia.
La storia del mondo conosce anche questa forma di governo della folla. Se è la folla che governa i governanti, perché allora lamentarsi dei governanti? Lamentarsi dei governanti è lamentarsi di se stessa, poiché essa governa se stessa, anche se si serve dei governanti di professione per autogovernarsi.
• Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa.
Qui entriamo in un altro capitolo della storia di Gesù, e quindi dell’umanità. Scopriamo un altro angolo del cuore umano: la sua crudeltà, la mancanza di pietà. Anche gli ingiusti devono ricevere pietà; è loro dovuta in ragione della loro umanità.
• Spogliatolo, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra; poi inginocchiandosi davanti, lo deridevano: “Salve, re dei Giudei!”.
Invece i soldati si dimostrano crudeli, spietati, malvagi, gente senza cuore. La passione di Gesù deve conoscere tutte le pieghe del cuore umano, poiché deve portare soddisfazione per ogni possibile peccato che in esse si annida.
• E sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo.
I soldati si abbandonano al gioco. Non c’è più la persona; c’è una cosa. Quando un uomo viene trasformato in cosa e come tale trattato, è la sua fine, la sua morte. I soldati consumarono la morte spirituale di Gesù. Questi non è più un essere umano nelle loro mani.
La cosificazione dell’uomo è la piaga più diffusa nell’umanità, ad ogni livello, in ogni epoca, in ogni tempo, in ogni civiltà, anche se ognuna di esse conosce modalità assai sofisticate per la riduzione della persona in cosa.
• Dopo averlo così deriso, lo spogliarono del mantello, gli rimisero i sue vesti e lo condussero via per crocifiggerlo.
E’ ora che venga eseguita la sentenza. Ci si avvia per il luogo della crocifissione.
• Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce.
Gesù, debole ed estenuato per i già molti patimenti spirituali e fisici, viene aiutato a portare la
croce.
C’è una costrizione non per pietà, ma per utilità. Anche questa forma di aiuto aggrava la passione
spirituale di Gesù. Ho cercato consolatori, ma non ne ho trovati. E’ solo spiritualmente, anche se
fisicamente viene aiutato.
Al cristiano è chiesto di trasformare l’utilità in pietà, la necessità in misericordia, il bisogno in
carità e in compassione.
La pietà, la misericordia, la carità e la compassione sono virtù che ci immedesimano con l’altro nello spirito e nel corpo, ci fanno con il sofferente una sola cosa.
• Giunti a un luogo detto Gòlgota, che significa luogo del cranio, gli diedero da bere vino mescolato con fiele; ma egli, assaggiatolo, non ne volle bere.
Gesù mai avrebbe potuto bere quella mistura; era una specie di droga per lenire il tremendo dolore della crocifissione. Gesù vuole vivere la passione con coscienza spirituale e con avvertenza corporale. Egli doveva vincere tutta la potenza del peccato e per questo doveva sconfiggerlo in tutta la sua potenza di male e di dolore.
• Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti tirandole a sorte.
Si compiono le parole del salmo. Egli è il giusto perseguitato. Ancora una volta la Scrittura manifesta alla storia, che si compie, la giustizia di Gesù.
• Poi, seduti, gli facevano la guardia.
I soldati attendono che tutto si svolga con regolarità.
• Al di sopra del suo capo, posero il motivo scrito della sua condanna: “Costui è Gesù, il re dei Giudei”.
E’ la motivazione civile, falsa e bugiarda. Anche se teologicamente è l’unica motivazione possibile, ma non in senso temporale, ma nel suo vero ed autentico significato: Gesù è morto perché Messia di Dio, Figlio di Dio, Re di Israele, Figlio di Davide.
La scritta è pertanto profezia, teologia, verità, dottrina autentica su Cristo Gesù; anche se colui che l’ha scritta voleva intende tutt’altra cosa. Ma Dio di tutto si serve per la proclamazione della sua verità.
• Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra.
Non mancava che questo ulteriore segno. Per rendere più verosimile la cosa egli fu annoverato tra i malfattori. Malizia più grande di questa è difficile trovare sulla faccia della terra; ma la terra è sempre piena di questa malizia. La confusione giova sempre alla menzogna e all’inganno e confondere è l’arte di coloro che hanno fatto dell’ingiustizia la loro veste e la loro ragion d’essere.
• E quelli che passavano di là lo insultavano scuotendo il capo e dicendo: “Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei il Figlio di Dio, scendi dalla croce!”.
Vinta la prova con la sofferenza fisica, ora inizia la sofferenza spirituale. La prova dello spirito, si sa, è assai più grande, delle prove che riguardano il corpo.
Gesù deve vivere di totale affidamento a Dio, deve manifestare la sua più grande umiltà. Il suo spirito deve annullarsi; ma egli è l’onnipotente, il Signore della storia, il creatore dell’universo, deve nascondere sino alla fine questa sua onnipotenza nella carne mortale; la volontà dell’uomo non deve ricorre all’onnipotenza divina per vincere, deve restare nella sua impotenza, perché solo per la via dell’impotenza saranno vinti i fumi della superbia. Il primo peccato fu commesso per superbia, la prima vittoria deve compiersi per umiltà. Satana questo lo sa e cerca di tentare Cristo Gesù perché cada, perché usi la sua onnipotenza, perché si liberi dalla croce.
• Anche i capi dei sacerdoti con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: “Ha salvato altri non può salvare se stesso! E’ il re d’Israele, scenda ora dalla croce e crederemo in lui.
Questa secondo tentazione è ancora più insidiosa della prima; qui si fa appello alla stessa finalità dell’Incarnazione che è la salvezza. I sommi sacerdoti si lasceranno salvare, crederanno in Cristo, se sull’istante si decide a scendere dalla croce.
Essi devono credere per le ragioni interne che sono nel loro cuore, non per un atto di potenza compiuto da Cristo. Chi non crede per ragioni interne, non potrà mai credere per ragioni esterne; se le ragioni esterne non sono state sufficienti a cambiare le ragioni dell’incredulità in fede, a maggior ragione potranno essere ora che la loro sete di invidia e di inganno sta per saziarsi.
Cadere in questo tranello è facilissimo; solo chi resta ancorato alla volontà di Dio fino alla fine sarà liberato da esso.
E’ la croce è la via della fede, è il permanere in essa, non il discendere. Chi vuole credere in Cristo deve credere perché egli è rimasto sulla croce, pur avendo la forza di discendere.
• Ha confidato in Dio; lo liberi lui ora, se gli vuole bene. Ha detto infatti: Sono Figlio di Dio!”.
Questa invece è tentazione sulla fede di Gesù. Tutto di Gesù viene provato. L’umiltà, la potenza, la figliolanza divina, anche sull’amore del padre. Questa ultima tentazione vorrebbe indurre Gesù a dubitare del Padre suo, del suo amore, della sua benevolenza.
Se Dio è suo Padre deve intervenire a liberarlo, se non lo libera non è suo Padre. Quindi egli è un bugiardo, a giusto titolo un bestemmiatore.
Ma Gesù non cade in questa trappola satanica. Egli sa che il Padre gli vuole bene, non vacilla nella sua fede, non dubita, resta saldo nella sua fede, vince.
E’ giusto ricordarsi che Eva cadde nel peccato di superbia perché dubitò di Dio, non credette nel suo amore, anzi lo penso un invidioso.
Gesù percorre tutto il percorso compiuto da Eva e da Adamo nel peccato. Egli deve operare una vittoria completa su tutti i movimenti che hanno indotto i progenitori nella caduta.
• Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo.
Neanche chi è nella sofferenza ha compassione della sofferenza. Quando si soffre per ingiustizia commessa il cuore non si commuove; quando invece si soffre perché giusti e si rimane nella giustizia il cuore ha compassione e usa misericordia verso tutti. La forza dei martiri è proprio questa.‚Äč
• A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio.
Il buio, le tenebre sono il segno di ciò che può il peccato del mondo.
• Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: “Elì, Elì, lemà sabactàni?”, che significa: “Dio mio, Dio mio,; perché mi hai abbandonato?”.
La sofferenza di Gesù è reale; il Padre lo ha consegnato totalmente in mano al dolore e alla sofferenza. Il salmo pur manifestando la grande, indicibile sofferenza, è preghiera di abbandono del giusto che soffre in Dio ed è anche preghiera di speranza e di risurrezione.
Con questo preghiera del salmo 22 Gesù manifesta nel Padre tutta la sua fede, il suo amore, la sua speranza. Si affida e si consegna a lui. Con questa preghiera si compie la vittoria. Dio viene riconosciuto nella sua Signoria, la vita gli appartiene, a lui bisogna consegnarla tutta.
Dio consegna Gesù alla prova della sofferenza, nella sofferenza Gesù vince ogni genere si tentazione, consumato dalla sofferenza si consegna a Dio. Il ciclo si chiude, è la vittoria. La prova è vinta, la tentazione è sconfitta. Dio trionfa nel suo servo Gesù.
• Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: “Costui chiama Elia”.
I presenti sono troppo distratti, o troppo emozionati per comprendere ciò che si stava vivendo nel cuore di Gesù. Sono profani e come tali si comportano.
Molti restano da profani dinanzi ai più grandi drammi dell’umanità. Anche questo è peccato dinanzi a Dio e al mondo. Non comprendere quanto si sta verificando è anche responsabilità; poiché dalla non comprensione, dall’ignoranza, dalla distrazione nasce il non giusto aiuto per colui che ha bisogno di un nostro intervento in suo favore.
• E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e così gli dava da bere.
Dalla non comprensione nasce anche un aiuto sbagliato, non richiesto. Di questi errori la terra è piena. Anzi possiamo dire che la storia della solidarietà sovente è fatta di questi errori.
L’inutile aiuto è anche storia della passione di Gesù. Tanto dobbiamo ancora imparare.
• Gli altri dicevano: “Lascia, vediamo se viene Elia a salvarlo!”.
La noncuranza è poi il peggiore di tutti i modi di stare nella storia. E’ il peccato della passività, dell’ignavia. Dinanzi alla sofferenza si rimane spettatori, si attende che qualcun altro intervenga e porti sollievo. Nell’abisso del cuore umano c’è anche questo.
• Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.
Quando il cuore dell’uomo interamente è stato svelato, quando ogni peccato è vinto, quando ogni forma di prova è superata e di tentazione sconfitta, tutto è consumato, finito, compiuto: Gesù solo allora può morire.
Anche la morte e l’ora di essa è rivelazione per noi, perché ci decidiamo a comprendere che ogni istante della vita deve essere vissuto pienamente, poiché in ogni istante si combatte la battaglia della vittoria sul peccato e in ogni istante il peccato deve essere vinto.
Quando ogni genere di prove e di tentazioni sono state superate, allora è tempo che si renda lo spirito. Anche questa è perfezione. E Gesù è il perfetto, il perfettissimo nella vita e nella morte.
• Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra trmò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono.
Il terremoto è invece teofania, manifestazione dell’intervento di Dio nella storia. Dio prende parte alla morte di suo figlio e si rivela nella sua potenza.
• E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città e apparvero a molti.
Il terremoto è anche segno della risurrezione dei morti. Trattasi di vera e propria risurrezione. Con la sua morte Gesù inizia ad aprire le porte dei sepolcri; è una piccolissima anticipazione di ciò che avverrà alla fine del mondo.
• Il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: “Davvero costui era Figlio di Dio!”.
E’ la giusta confessione per quanto è accaduto.. Quanto non era stato affermato in vita, viene ora proclamato al momento della morte. Ma è vera ed autentica testimonianza. La storia rende testimonianza a Cristo della sua divina figliolanza. Questa è la verità.
• C’erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo.
A questo evento non c’erano solo nemici, ma anche un ristretto numero di amici del Signore. La loro presenza apparentemente non conta nulla, lo strepitio del male fa più chiasso. Eppure il loro essere lì ai piedi della croce conta più di tutto il chiasso del male, poiché Gesù fu sommamente confortato e aiutato nella sofferenza da queste presenze. L’amore silenzioso ma presente porta tanto giovamento. La sofferenza è scatenata dall’odio, ma è vinta dall’amore di comunione e di solidarietà.
• Tra costoro Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo.
Vengono dati anche i nomi dei presenti. Nell’elenco manca la Madre di Gesù. Dal vangelo di Giovanni sappiamo che Ella era anche lì, nel silenzio.
• Venuta la sera giunse un uomo ricco di Arimatèa, chiamato Giuseppe, il quale era diventato anche lui discepolo di Gesù.
Gesù non ha sepolcro; gli viene prestato; compie quest’opera meritoria un uomo facoltoso, ricco: Giuseppe da Arimatea.
• Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù.
Forte della sua influenza, si recò da Pilato e chiese che gli fosse consegnato il corpo di Gesù.
Usare le proprie influenze per il bene non è peccato; se le si usano per il male allora sì che è peccato.
• Pilato ordinò che gli fosse consegnato.
Pilato acconsente. Ormai può usare la sua autorità. Un morto non dona più fastidio a nessuno.
• Giuseppe, prese il corpo di Gesù, lo avvolse in lenzuolo pulito e lo depose nella suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia;
La sepoltura viene eseguita in fretta; si tralascia quasi al completo il rituale. E’ sabato di Pasqua, ogni lavoro doveva essere sospeso.
• rotolata poi una gran pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò.
La pietra è grande; questa annotazione deve essere rimarcata. Occorre una grande forza per rimuoverla.
• Erano lì, sedute di fronte alla tomba, Maria di Màgdala e l’altra Maria.
Ma alcune donne osservano, loro hanno altri pensieri; già pensano cosa fare e quando farlo per rendere onore al loro Maestro.
• Il giorno seguente, quello dopo la Parasceve, si riunirono presso Pilato i capi dei sacerdoti e i farisei, dicendo: “Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore disse mentre era vivo: Dopo tre giorni risorgerò.
Chi invece ancora non è soddisfatto sono i sommi sacerdoti e i farisei. Capaci di inganni e di falsità, pensano che gli altri siano uguali a loro in malignità e in perversione.
• Ordina dunque che la tomba venga vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: E’ risorto dai morti. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!”.
Capaci anche di imposture, pensano che ne siano capaci anche i discepoli. Ma è giusto che sia così. Il sepolcro deve essere vigilato, perché appaia con evidenza dinanzi alla storia la potenza di Dio nel risuscitare il suo figlio Gesù.
Il Signore ancora una volta trasforma in una prova evidente della verità delle parole di Gesù servendosi della loro malvagità e della loro cattiveria. Questa è veramente grandezza dell’onnipotente!
• Pilato disse loro: “Avete le guardie, andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete”.
Ancora una volta Pilato cede alle loro richieste; lascia che facciano come essi credono. Non dono però le sue guardie; che provvedano con le loro.
Anche in questo si rivela il cuore dell’uomo: c’è come un fastidio, una noia!
• Ed essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie.
Dopo questa rigida operazione di controllo, è impossibile che qualcuno rubi il corpo di Gesù.
La storia deve essere testimone anche di questa verità. La nostra fede è storia e come tale deve essere attestata e testimoniata dalla storia.

Non come voglio io, ma come vuoi tu! ( Monsignor Costantino Di Bruno)
Oggi è il grande giorno della rivelazione messianica che Gesù fa al suo popolo. Cavalcando un umile, mite, giovane asinello Cristo Signore entra in Gerusalemme e compie la profezia. Si rivela il Re atteso, il Figlio di Davide, Colui che viene nel nome del Signore, il Benedetto da Dio. La folla è osannante. E la festa, la gioia, l'esultanza.
Durante la Santa Messa viene letto il racconto della Passione. La Chiesa vuole che tutti i suoi figli abbiamo chiaro alla loro mente e soprattutto al loro cuore il mistero della morte del Figlio dell'Altissimo. Qual è la chiave o principio di interpretazione di questo grande mistero? Esso è insieme il frutto di due forze opposte e contrarie. Da un lato vi è il mistero dell'iniquità ch